Renzi: «Lascio la segreteria dopo il nuovo governo». Scontro nel Pd

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Per Zanda quella di Renzi è una «manovra politica». Cuperlo chiede la convocazione della direzione. Orlando: «Da Renzi nessuna autocritica».

«Lascio la guida del Pd, doveroso aprire una pagina nuova». Con queste parole, pronunciate all’indomani del deludente esito elettorale, Matteo Renzi annuncia le proprie dimissioni dall’incarico di segretario del partito e avvia l’iter che porterà al Congresso. Con una precisazione: dimissioni sì, ma solo dopo la composizione delle nuove Camere e la nascita del nuovo governo.

Una decisione, questa, che suscita aspre polemiche tra i Democratici. L’obiettivo di Renzi, neanche troppo nascosto, è controllare il partito in una fase cruciale della politica italiana quale la nascita della nuova legislatura. Dopo essersi assicurato un forte sostegno nei gruppi parlamentari al momento della composizione delle liste elettorali, il segretario uscente mira ora a imporre la propria linea e a indicare la via da seguire in vista delle consultazioni al Quirinale. «Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema», precisa Renzi. Che, alla luce del risultato elettorale, invita Di Maio e Salvini ad assumersi le responsabilità di governo: «Nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi. Provate se ne siete capaci, noi faremo il tifo per l’Italia».

Alle dimissioni “congelate” di Renzi risponde duramente il ministro della Giustizia, nonché sfidante alle ultime primarie, Andrea Orlando. «Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra – attacca – mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte di un segretario che, eletto con il 70% al congresso, ha potuto definire, in modo pressoché solitario, la linea politica, gli organigrammi e le candidature. Invece siamo alla ormai consueta elencazione di alibi e all’individuazione di responsabilità esterne. Lo stesso gruppo dirigente che ci ha condotto alla sconfitta – conclude – oggi si riserva il compito di affrontare, senza nessuna autocritica, questa travagliatissima fase per il Pd e per il Paese. Noi siamo, tanto quanto Renzi, contro i caminetti ma anche contro i bunker».

Sulla stessa linea anche il capogruppo dem al Senato Luigi Zanda: «La decisione di Matteo Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria: o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre», spiega. Anche Gianni Cuperlo critica la strategia del segretario uscente e chiede che venga convocata la direzione: «Da Renzi – dichiara -, coazione a ripetere gli errori. Chiedo l’immediata convocazione della direzione».

A difendere la linea di Renzi i fedelissimi. Anna Ascani e Michele Anzaldi criticano le parole di Zanda, definite «polemiche senza senso». Matteo Orfini assicura che tutto si sia svolto secondo quanto previsto dallo statuto: «Alla luce delle dimissioni del segretario – annuncia – ho convocato la direzione per lunedì alle 15. E dopo la direzione fisserò la data di convocazione dell’assemblea nazionale che, come previsto dallo statuto, dovrà recepire le dimissioni e avviare gli adempimenti conseguenti. Questo prevede il nostro statuto, che come sempre rispetteremo».

PROMESSA NON RISPETTATA (leggi qui)

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Daniele

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