Marco Tarchi: «Se M5S si fa establishment rischia di perdere consenso»

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E sull’Unione Europea il politologo afferma: «Screditare i “populisti” e rifiutare il cambiamento non è la politica giusta. Non sembra che a Bruxelles lo abbiano capito».

Le elezioni del 4 marzo hanno rappresentato un punto di svolta per la politica italiana. Il Movimento 5 Stelle si è imposto definitivamente come primo partito, mentre la Lega ha completato il sorpasso su Forza Italia e si è posta a capo della coalizione di centro-destra. Il Pd, dal canto suo, ha fatto registrare un vero e proprio tracollo. Il nascente governo M5S-Lega si pone all’insegna della rottura con il passato in quella che Di Maio ha già definito la «terza Repubblica». Ne abbiamo discusso con Marco Tarchi, politologo e professore presso la Scuola di scienze politiche C. Alfieri di Firenze, le cui riflessioni ci aiutano a comprendere meglio i cambiamenti che stiamo attraversando e che attraverseremo nell’immediato futuro,

Qual è la sua opinione in merito al tanto discusso contratto di governo? Si tratta di una espressione puramente retorica oppure sarà un vero e proprio vincolo sull’attività delle due forze politiche?

In primo luogo, non è una novità: in molti ricordano il “contratto con gli italiani” sottoscritto da Berlusconi in una puntata di “Porta a porta”, e già quella trovata non era che la replica di quanto inventato dallo speaker repubblicano Newt Gingrich, o più probabilmente dai suoi consulenti di marketing politico-elettorale. Poi, è evidente che si tratta, come nei due casi precedenti e in molti altri analoghi, di un espediente mediatico, che lascia intendere un impegno morale assunto nei confronti degli elettori. Il che è molto coerente con lo stile populista, ma sottintende anche un nuovo modo di intendere il rapporto fra politici e cittadini. Ovviamente, il contratto comporta anche forti rischi: “carta canta”, e quindi l’eventuale mancato rispetto di quanto stabilito può comportare future punizioni da parte dell’elettorato. Di vincoli privatistici non vedo neanche l’ombra.

Le modalità con cui Movimento 5 Stelle e Lega sono arrivati alla formazione del contratto e dello stesso governo sono del tutto peculiari. Pensa che questo rimarrà un unicum o che possa diventare la prassi negli eventuali governi futuri delle due forze politiche?

Sarebbe istintivo rispondere: “è un unicum”, ma le eventuali repliche, più o meno corrette, dipenderanno da un gran numero di variabili, fra cui il mantenimento o meno dell’attuale legge elettorale, che non solo – come a più parti si dice – non ha consentito di indicare un vincitore netto (in realtà, nell’attuale dispersione delle intenzioni di voto, a meno di non reintrodurre il premio di maggioranza, a mio avviso aberrante in una democrazia che pretende di consentire ancora una rappresentanza decentemente fedele delle opinioni dei cittadini, nessuna legge ci sarebbe riuscita, nemmeno un maggioritario a turno unico o doppio), ma ha creato difficoltà di movimento alla Lega, che con un proporzionale puro avrebbe fatto del suo 17,6% quel che voleva, senza sentire il fiato di Berlusconi sul collo. In gran parte d’Europa, dove vigono sistemi proporzionali, i partiti dopo il voto concordano alleanze e programmi di governo e nessuno se ne scandalizza.

Giuseppe Conte appare più come un mero esecutore che come un presidente del Consiglio nel pieno dei poteri. A suo avviso questo può essere dovuto dalla visione della politica del Movimento 5 Stelle, che vede nel politico un mero “dipendente” incaricato di eseguire la volontà popolare?

Può aver contato anche questo, ma il motivo principale è l’impossibilità dei due contraenti il patto di concedere al partner un visibile primato. Semmai, c’è da aggiungere che Conte non sarà solo sotto il controllo di M5S e Lega, ma anche sotto quello di Mattarella, che glielo ha già fatto capire con la battuta sui futuri frequenti incontri che vorrà avere con il Presidente del Consiglio. E che ciò stia nei confini della prassi costituzionale, a me pare assai dubbio (anche se Napolitano ci ha abituato pressoché a tutto, su questo versante).

Le elezioni hanno segnato il crollo delle forze politiche tradizionali, Pd e Fi innanzitutto. Si sono formati due poli che, nei suoi testi, definisce “populisti” (seppur da prospettive e con caratteristiche differenti). Non crede che si rischi di andare incontro a un cortocircuito democratico?

Non lo penso. Non considero il populismo un fenomeno antidemocratico, ma, al contrario, se alla parola si attribuisce il senso che etimologicamente ha, genuinamente democratico. L’equivoco sta nell’aver assimilato al concetto di democrazia quello di liberalismo, che per lungo tempo ne è stato un concorrente e avversario. Il connubio liberaldemocratico ha distorto il senso della parola che i greci avevano ideato per sottolineare che la conduzione della cosa pubblica doveva sottostare alla volontà popolare. Ciò premesso, io ho sempre sostenuto – e oggi più che mai – che, se il discorso politico di Beppe Grillo è populista a pieni carati, la sua traduzione nelle azioni del M5S è parziale e contraddittoria. Quindi: nei Cinque Stelle ci sono alcune componenti della mentalità populista, ma certamente non tutte. Cosa che non direi della Lega.

Come evolverà il Movimento 5 Stelle nei prossimi anni? L’esperienza di governo rafforzerà il già avviato processo di istituzionalizzazione, sancito dalla scelta di Luigi Di Maio come capo politico? E come si concilierà tale processo con la natura agitatoria dei primi anni?

Sul futuro non faccio previsioni. Mi limito a dire che, se il M5S si istituzionalizzerà a tal punto da apparire integrato nell’establishment, faticherà, per quanti espedienti retorici possa mettere in atto, a trattenere quella rilevante parte del suo elettorato degli ultimi cinque-sei anni che lo ha scelto perché sperava di vedergli cambiare il volto della politica.

Il passaggio da un populismo etnoregionalista a un populismo più propriamente sovranista ha cambiato in maniera radicale la Lega di Salvini. Crede che il segretario proseguirà ulteriormente in questa direzione, con l’obiettivo di fagocitare l’elettorato di Forza Italia e Fratelli d’Italia?

Se si triplicano i voti, non c’è motivo di modificare una strategia. I sondaggi delle ultime settimane, che danno le intenzioni di voto per la Lega oltre il 25%, dimostrano che le sue azioni recenti non solo non la danneggiano agli occhi di un buon numero di recenti elettori di FI e FdI, ma anzi, le consentono di portarli dalla sua parte. Forza Italia è un fenomeno politico in via di estinzione e non è facile prevedere cosa il suo inevitabile big bang produrrà. FdI paga un’identità residuale e la tentazione di fare da “terza gamba” di una coalizione senza avere caratteristiche proprie tali da distinguerla nettamente dagli alleati. Mi pare evidente che Giorgia Meloni spera, attualmente, di raccogliere i cocci che saranno prodotti dalla rottura del contenitore berlusconiano, ma non credo stia valutando con la dovuta attenzione la concorrenza che potrà un domani avere sul versante neo-centrista. Il vagheggiato “nuovo partito di Renzi”, se dovesse nascere per distacco dal Pd, sarebbe molto più facilitato ad attrarre i residui fedelissimi dell’ex Cavaliere.

L’euroscetticismo sembra ormai ricoprire un ruolo centrale nella politica contemporanea. Crede che l’Unione Europea possa (e debba) avviare un processo di cambiamento proprio per depotenziare le critiche che le vengono rivolte sempre più frequentemente?

Se non lo farà – ammesso e non concesso che sia in grado di farlo –, le critiche al suo operato si rafforzeranno e si espanderanno. Deprecare quotidianamente i “cattivi” populisti, declamare che “indietro non si può ritornare, perché il mondo è globalizzato” e bacchettare chi non si allinea ai propri desiderata, lasciando tutto così com’è, non è la politica giusta da seguire. I moniti e la minaccia di appioppare pagelle negative potrebbero apparire fuori luogo anche a quella parte dell’opinione pubblica che sino ad oggi non se l’è sentita di votare per partiti populisti ma è scettica di fronte ad alcune scelte politiche dell’UE, e quindi produrre elettoralmente un effetto boomerang. Non mi sembra che nei palazzi di Bruxelles lo si sia capito.

 

Daniele

Daniele

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