Quando Di Maio e Fioramonti promettevano la chiusura dell’Ilva

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Foto: TPI

Il M5S festeggia per lo storico risultato, ma fino a pochi mesi fa Di Maio e Fioramonti promettevano la chiusura dell’Ilva e la riconversione dello stabilimento.

Sicuramente l’accordo sull’Ilva raggiunto giovedì da Luigi Di Maio è il risultato più significativo ottenuto dal governo gialloverde nei suoi primi 100 giorni. Arrivato all’epilogo di un percorso incidentato, caratterizzato da un’aspra polemica con l’ex titolare del Mise Calenda e dalle minacce di annullamento della gara d’appalto da lui indetta, l’accordo tra ArcelorMittal e sindacati prevede l’assunzione di 10.700 lavoratori, l’assorbimento di tutti gli esuberi entro il 2023 e un fondo di 250 milioni per i cosiddetti esodati. Non solo: il ministero dell’Ambiente prevede un tetto massimo alla produzione e la copertura dei parchi minerari, così da ridurre le emissioni nocive per l’ambiente e la salute.

Tuttavia, per molti elettori del Movimento 5 Stelle il risultato raggiunto è tutt’altro che positivo. Nella giornata di giovedì, ad esempio, la deputata Rosalba De Giorgi è stata duramente contestata a Taranto, tanto da essere costretta ad andare via scortata dagli agenti di polizia. Nella città pugliese gli elettori pentastellati sono in rivolta: si sentono traditi da un partito che, specie sul territorio, aveva fatto della lotta all’Ilva il proprio cavallo di battaglia.

In effetti quello del Movimento 5 Stelle sembra un vero e proprio dietrofront rispetto alla chiusura dell’Ilva, misura sostenuta fino a pochi mesi fa. Nel 2015, ad esempio, l’allora vicepresidente della Camera Di Maio chiedeva «un’alternativa per i 10 mila lavoratori dell’Ilva che oggi lavorano lì e respirano polveri e aria che non solo ha causato la morte per cancro di tanti cittadini di Taranto, ma anche di tanti lavoratori che si sono ammalati in questi anni». Nel 2016, ospite dell’iniziativa #RiconvertireSiPuò organizzata dal M5S Puglia, Di Maio aveva poi aggiunto: «Noi dobbiamo essere quelli che prevedono il momento in cui questo stabilimento, che è insostenibile, chiuderà i battenti. Quelli che devono prevedere prima quando chiuderà, quando sarà insostenibile, e avviare la exit strategy».

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A poche settimane dall’insediamento del governo gialloverde, invece, l’attuale sottosegretario Lorenzo Fioramonti tuonava: «In questo momento ci muoviamo in una direzione chiara, cioè chiusura programmata e riconversione economica dell’Ilva». Del resto, aggiungeva, «parliamo di una realtà industriale che rischia di essere incapace di produrre profitti a lungo termine, che non è solo un problema ambientale ma anche un problema sanitario».

Nello stesso contratto di governo si legge: «Con riferimento all’Ilva, ci impegniamo […] a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale […] proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica».

Il ministro dello Sviluppo economico si è difeso parlando di «risultato migliore nella peggiore situazione possibile» e spiegando che «un annullamento della gara senza le motivazioni di legge avrebbe determinato una sola cosa: che Mittal andava al Tar, faceva ricorso, vinceva e il 15 settembre entrava nell’Ilva con meno occupati e meno garanzie per l’ambiente».

Come già avvenuto con Tap e Tav, non possiamo non evidenziare anche in questo caso un significativo cambio di rotta da parte del Movimento 5 Stelle, che rischia di perdere il sostegno di quei cittadini e gruppi di pressione che lo hanno votato spinti dalle promesse fatte in materia di ambiente e difesa del territorio.

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Redazione La Clessidra

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