Decreto sicurezza, Martina propone un referendum per abolire le norme più critiche

L’ex segretario reggente del Pd ha proposto un referendum per abolire alcune parti del decreto sicurezza. Una strada tutta in salita, considerando la freddezza delle reazioni dei Democratici e le lungaggini amministrative. Intanto cresce l’incertezza sui reali effetti del pacchetto di norme sull’immigrazione voluto da Matteo Salvini.

decreto sicurezza

Foto: Giornalettismo

Ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto Sicurezza. Dopo l’approvazione con voto di fiducia nei due rami del Parlamento, il tanto discusso pacchetto di norme è entrato ufficialmente in vigore. Contro il provvedimento si è scagliato il Pd. Maurizio Martina, nel suo intervento a Bologna, è arrivato a proporre un referendum per cancellare quella che definisce «una vergogna».

«Quello di Salvini è un decreto insicurezza che genera invisibili», ha dichiarato. «Se c’è una funzione nel Pd è fare in modo che la vita interna del partito diventi una battaglia anche nel Paese. Per questo abbiamo proposto che dal Congresso si accompagni anche la battaglia contro lo scandaloso decreto insicurezza. Di qui ai prossimi mesi ci saranno migliaia e migliaia di irregolari. La nuova destra – ha concluso il neo-candidato Democratico – ha deciso di trovare il suo nuovo nemico». Dichiarazioni forti, ammorbidite poche ore dopo (anche per via della tiepida reazione dei suoi stessi compagni di partito). Il referendum, ha precisato Martina, non riguarderà il decreto sicurezza nella sua interezza ma solo «quelle norme che genereranno un esercito di irregolari e tanta insicurezza».

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Una proposta, quella di Martina, probabilmente destinata a rimanere sulla carta. Come precisato da Il Manifesto, infatti, le tempistiche potrebbero rendere impossibile la realizzazione del referendum. Se, come sembra, le firme verranno raccolte durante il periodo delle primarie (marzo 2019), queste dovrebbero rimanere congelate fino al 30 settembre in attesa che la Cassazione inizi l’esame della richiesta. Qualora dovesse essere autorizzato, il referendum sarebbe fissato per la primavera del 2020: a oltre un anno dall’entrata in vigore del decreto.

Nel frattempo c’è grande incertezza sugli effetti che esso produrrà. Nelle intenzioni di Matteo Salvini, l’abolizione della protezione umanitaria dovrebbe essere il primo passo verso l’espulsione. Tra mancanza di risorse, assenza di accordi coi Paesi di provenienza e difficoltà operative, però, è assai probabile che le centinaia di persone colpite dal provvedimento vengano gettate in un limbo, non potendo essere inserite nelle apposite strutture di accoglienza né tanto meno spostarsi liberamente in Europa. Con tutte le conseguenze del caso.

In base ai dati della Corte dei Conti, nel 2016 la protezione umanitaria è stata riconosciuta a oltre 19 mila migranti. Secondo le nuove norme, buona parte di questi dovrebbe ora essere espulsa. Un’impresa non semplice, se si considera che nell’intero 2017 l’Italia ha effettuato appena 7 mila rimpatri a fronte di 32 mila irregolari rintracciati.

A complicare il tutto c’è il capitolo costi. L’analisi del portale Euobserver ha stimato un costo medio di 5800 euro per ogni rimpatrio. C’è poi il nodo degli accordi bilaterali. Al momento l’Italia è stipulato accordi solo con Paesi come Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria. Non esistono invece accordi con Eritrea e Iraq, ossia il secondo e il terzo Paese di provenienza dei migranti arrivati in Italia negli ultimi anni. Senza l’intesa, i Paesi di origine si limiterebbero a respingere i migranti in Italia o a dirottarli in altri Stati.

Daniele

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