Innovazione: in manovra oltre un miliardo di investimenti in startup e venture capital

Il governo cerca di ridurre il gap con il resto d’Europa con un importante piano di investimenti in innovazione e nuove tecnologie. Ma introduce anche la web tax, che tassa chiunque eroghi servizi digitali e abbia un fatturato superiore ai 750 milioni di euro.

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Non solo reddito di cittadinanza e quota 100. Tra le misure con cui il governo spera di rilanciare l’economia italiana troviamo anche diverse misure a sostegno dell’innovazione. Più nello specifico, la manovra prevede la creazione di un Fondo di sostegno al Venture capital, con una dotazione di 90 milioni di euro nel periodo 2019-22, tramite cui lo Stato potrà investire sulle startup in maniera diretta o indiretta (attraverso la partecipazione a fondi privati). Tra il 2022 e il 2025 il fondo dovrebbe passare a 110 milioni di euro.

La manovra prevede poi che il fondo Invitalia Ventures, con una dotazione di 400 milioni di euro, passi sotto Cassa depositi e prestiti. In questo modo il governo mira a creare uno strumento di investimento unico nell’innovazione. La stessa Cdp dovrà poi destinare al settore una parte della propria dotazione, così come le società partecipate dallo Stato (che gireranno il 15% dei dividendi).

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Ma non è tutto. La legge di bilancio stabilisce infatti che il 5% dei Piani individuali di risparmio (Pir) venga destinata agli investimenti in fondi di venture capital e startup. Il testo regolamenta inoltre la figura dei Business Angels: quegli investitori privati che acquisteranno quote di startup per almeno 40 mila euro in tre anni avranno diritto a sgravi per un ammontare che andrà dal 30 al 40% della somma investita.

Nel complesso, tutti questi interventi daranno vita a una dotazione di oltre un miliardo da investire in innovazione e sviluppo. L’obiettivo del governo è ridurre il divario, che negli ultimi anni si è allargato, tra l’Italia e il resto d’Europa, così da rendere più competitive le aziende italiane che si occupano di innovazione e nuove tecnologie.

In parziale controtendenza rispetto al quadro fin qui delineato appare la cosiddetta web tax, una vera e propria imposta del 3% che andrà a colpire chiunque eroghi servizi digitali (compresi giornali online e televisioni) che abbia conseguito più di 750 milioni di ricavi (fatturati in Italia o all’estero). Una misura più volte paventata negli ultimi anni ma mai realmente applicata, che parrebbe essere un mezzo passo indietro rispetto alle misure volte a incentivare l’innovazione sopra menzionate.

Redazione La Clessidra

Redazione La Clessidra

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