Manovra, come funziona la mini flat tax approvata dal governo

La mini flat tax contenuta nella manovra si applica solo alle partite IVA e agli autonomi. L’aliquota rimane al 15%, ma il tetto passa da 30 mila a 65 mila euro. Prevista un’aliquota al 5% per startup, under 35 e over 55. Così com’è, la misura è ben lontana dagli annunci fatti in campagna elettorale dalla Lega e dal centro-destra.

flat tax

Tra le misure più attese dall’elettorato leghista vi è sicuramente la flat tax, l’aliquota unica che – nelle intenzioni dei promotori – dovrebbe semplificare il fisco, aumentare i consumi e consentire di recuperare una parte di evasione in base al principio pagare meno per pagare tutti. La misura è stata inserita nel decreto fiscale presentato a dicembre dall’esecutivo ed è entrata in vigore dal primo gennaio 2019 con l’inserimento in Gazzetta Ufficiale della manovra finanziaria.

A essere interessati dalla flat tax, così come prevista per il 2019, sono in particolare i titolari di partita IVA. Come già previsto in precedenza professionisti, lavoratori autonomi e piccoli artigiani non saranno tassati tramite il sistema di aliquote progressive dell’Irpef ma dovranno versare un’aliquota unica, a patto che restino entro un certo livello di fatturato annuo. Per il 2019, tale tetto è fissato a 65 mila euro e gli interessati dovranno versare al fisco un’aliquota del 15% (che scende al 5% per le startup, per i giovani under 35 e per gli over 55). Dal 2020 entrerà in vigore un altro regime agevolato che prevede un’aliquota al 20% per chi, nell’anno precedente, ha fatturato meno di 100 mila euro.

La norma approvata con la legge di bilancio elimina poi alcuni paletti che impedivano l’accesso al regime agevolato (come ad esempio il tetto di 5000 euro lordi delle spese per lavoro dipendente o di 30 mila euro per la percezione di redditi da lavoro dipendente). Per chi beneficia del regime forfettario, inoltre, per il 2019 è rimasto l’esonero dall’obbligo di fatturazione elettronica già previsto in precedenza.

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Sono in molti a esprimere perplessità sulla reale efficacia del nuovo regime. Il rischio più grande è che alcuni potrebbero essere disincentivati a superare la soglia dei 65 mila euro per non dover pagare più tasse l’anno successivo. Potrebbero quindi essere portati a rimandare l’incasso del dovuto, o ad accettare lavori in nero, pur di rimanere entro il regime agevolato.

La riforma del governo di fatto non fa altro che intervenire sul regime fiscale introdotto dal precedente governo ed entrato in vigore nel 2018, che prevedeva un’aliquota unica al 15% per le partite IVA con un fatturato inferiore ai 30 mila euro annui, aumentando il tetto massimo a 65 mila euro. Esclusi dai benefici della tassa unica restano gli altri lavoratori, dai dipendenti al pubblico impiego. A pieno regime, il nuovo sistema dovrebbe prevedere due aliquote: una al 23% per i redditi fino a 75 mila euro e l’altra al 33% per i redditi sopra tale cifra.

Così com’è prevista attualmente, dunque, la flat tax è notevolmente ridimensionata rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale dal ministro Salvini e inserito nel programma della coalizione di centro-destra della quale la Lega faceva parte. Ecco perché, almeno al momento, non possiamo considerare mantenuta la promessa.

PROMESSA NON RISPETTATA

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Redazione La Clessidra

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