Caporalato: Di Maio cerca di intestarsi i risultati di una legge varata dal Pd

Nel commentare l’arresto di sei caporali, Di Maio annuncia che il governo ha «dichiarato guerra al caporalato». Ciò che il ministro non dice è che la legge che ha consentito l’arresto è stata varata da Maurizio Martina nel 2016, e che pochi mesi fa l’attuale governo voleva modificarla poiché considerata inefficace.

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Foto: Panorama

A volte, nel teatrino della politica, può succedere che il tuo avversario prenda delle buone decisioni. Capita che queste buone decisioni si traducano in leggi, e che queste leggi inizino a dare i loro frutti. Se quando questo accade sei tu a essere al governo, non hai altra alternativa se non quella di provare a intestarti il risultato raggiunto, sperando che la mossa passi inosservata ai più.

È esattamente quello che è successo la scorsa settimana al ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Il 17 gennaio arriva la notizia dell’arresto di sei caporali accusati di sfruttamento del lavoro, intermediazione illecita nel lavoro, estorsione, corruzione, fittizia intestazione di beni, trasferimento fraudolento di valori e dichiarazione infedele. Poche ore dopo, Di Maio commenta l’accaduto esprimendo soddisfazione e congratulandosi con le forze dell’ordine coinvolte nell’iniziativa. Fin qui tutto bene. I problemi arrivano quando, su Twitter, il ministro pubblica quanto segue:

Così facendo, il ministro lascia passare il messaggio per cui l’arresto sia avvenuto per merito del governo attualmente in carica che – si legge nel tweet – ha «dichiarato guerra al caporalato». Ciò che Di Maio non dice è che la norma contro il caporalato, che intensifica le pene già previste, è stata approvata nell’ottobre 2016 dall’allora ministro Maurizio Martina in tandem con il Guardasigilli Andrea Orlando.

Non solo. Di Maio sembra dimenticare che lo scorso luglio annunciava di voler cambiare quella legge. «La legge del 2016 sicuramente è applicata male ed è quindi necessario avviare un tavolo di monitoraggio tra i ministeri del Lavoro, il ministero del Sud, il ministero delle Infrastrutture e il ministero dell’Agricoltura perché le leggi vigenti in materia possano funzionare», dichiarava. Dello stesso parere anche l’attuale ministro dell’Agricoltura Centinaio, per il quale «le bidonville sono rimaste e i caporali continuano a sfruttare le persone. Credo che si debba aprire una riflessione con le associazioni dei produttori per capire che cosa non va e che cosa c’è da cambiare».

Posizioni contro le quali si sono immediatamente scagliati associazioni e sindacati del settore, che hanno firmato una lettera congiunta indirizzata al ministro. «La legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro e il caporalato è un atto di civiltà», si legge, «e rappresenta una prima risposta alle troppe morti nei campi italiani». La richiesta è quella di implementarla e non di indebolirla, così da garantire rispetto e azioni concrete per le vittime di quella che viene definita «schiavitù moderna». I firmatari propongono che la legge Martina-Orlando venga potenziata «estendendo le responsabilità a tutta la filiera produttiva», assicurando «piena trasparenza in ogni passaggio» e mettendo i consumatori «in condizioni di giocare un ruolo attivo nello scoraggiare le aziende che non rientrano nella legalità».

È vero che il governo ha nominato il generale dei carabinieri Leonardo Alestra come direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Ed è vero che la manovra finanziaria prevede il rafforzamento dell’Inl. Ma, come ricorda Open, appare difficile pensare che queste misure abbiano avuto una qualche influenza sull’operazione in questione, avviata ormai tre anni fa.

Daniele

Daniele

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