Reddito di cittadinanza tra proclami e realtà: cosa resta della promessa del M5S

Pur essendo un’importante misura a sostegno di milioni di famiglie in stato di povertà, il reddito di cittadinanza così come approvato dal governo è molto diverso dalla misura annunciata dal M5S in campagna elettorale e prevista dal contratto di governo.

reddito di cittadinanza

Foto: Il Tempo

Il reddito di cittadinanza è il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. A lungo presentata come una riforma epocale, capace di «abolire la povertà», la misura contenuta nel decreto approvato dal consiglio dei Ministri la scorsa settimana risulta però fortemente ridimensionata rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale e previsto dal contratto di governo. Come già fatto per Quota 100, vediamo dunque com’è cambiato il reddito di cittadinanza tra promesse e realtà.

La questione definitoria

Prima di tutto è bene intendersi sui termini. Il reddito di cittadinanza, così come concepito dal Movimento 5 Stelle, non è un vero reddito di cittadinanza. Con tale definizione, infatti, si intendono quelle misure a carattere universale volte a garantire un reddito di base a ogni cittadino residente in un determinato territorio, indipendentemente dalla condizione socio-economica o reddituale. Quello proposto dal M5S, invece, risulta essere una versione potenziata e corretta del reddito di inclusione introdotto dal precedente governo di centro-sinistra. Non c’è niente di male in questo e, anzi, lo sforzo – tanto del Pd quanto del M5S – è sicuramente apprezzabile. Basta, appunto, andare oltre l’apparenza e guardare il reale contenuto delle cose.

La questione finanziaria

Nel documento informativo del Movimento 5 Stelle, si legge che il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto avere un fondo di ben 16 miliardi. Il 9 giugno 2017, in un’intervista al Corriere della Sera, Di Maio parlava di 17 miliardi: «14,9 miliardi di euro il primo anno, più 2,1 per riformare i centri per l’impiego. Dal secondo anno ci sarebbe una diminuzione dei costi». L’importo è confermato anche all’art. 18 del contratto di governo.

Le cifre sono totalmente sballate rispetto a quelle reali. Già nella prima versione della legge di bilancio, il fondo era stato ridotto a 11 miliardi per il 2019. Nel decreto ufficiale, infine, è previsto un fondo di circa 6 miliardi per il 2019, 7 miliardi e mezzo per il 2020 e quasi 8 miliardi per il 2021. Con le ultime correzioni, la dotazione per il 2019 si è ridotta ancora: a oggi è pari a 5,6 miliardi.

Nel mezzo c’è stata una contrazione della crescita economica dell’eurozona e un lungo braccio di ferro con la Commissione Europea. Buonsenso imporrebbe, tuttavia, di verificare con accuratezza la reale fattibilità di una misura di questa portata prima di dare in pasto a media e cittadini cifre errate.

La platea di beneficiari

Va da sé che la contrazione del fondo ha portato alla riduzione della platea dei beneficiari della misura. Si è passati infatti da 9 milioni di italiani citati da Di Maio nell’intervista al Corriere e dal documento informativo del M5S, ai circa 4 milioni previsti dal decreto. Non solo: nella relazione tecnica allegata, infatti, il numero scende ulteriormente a circa 3 milioni e mezzo di beneficiari (pari a 1 milione e 248 mila nuclei familiari).

L’importo: alcuni esempi

Nella narrazione portata avanti dal Movimento 5 Stelle, il reddito di cittadinanza avrebbe avuto un minimo di 780 euro. Si tratta però di una mezza verità. L’importo minimo è infatti di 500 euro, ai quali vanno aggiunti 280 euro se il soggetto si trova in affitto.

Ancora. A novembre 2017, Di Maio dichiarava: «Con questa misura in una famiglia in difficoltà con due figli di 14 anni entrano 1950 euro al mese». Dati alla mano, oggi quella famiglia avrebbe un contributo di 980 euro al mese (se formata da un adulto e tre minori), di 1180 euro al mese (se formata da due adulti e due minori) o infine di 1330 euro (se formata da tre adulti e due minorenni).

Come funzionava il Rei…

Il Rei era una forma di sostegno al reddito rivolta a cittadini dell’Unione Europea (o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo) residenti in Italia in via continuativa da almeno due anni.

Per presentare domanda, era necessario avere un Isee inferiore ai 6 mila euro; un valore Isre inferiore a 3 mila euro; un patrimonio immobiliare non superiore a 20 mila euro; un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 10 mila euro (ridotto a 6 mila per il soggetto single). Il Rei era compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa, nel rispetto di una serie di parametri indicati dal d. lgs. 147/2017.

Era necessario inoltre che i componenti del nucleo familiare non percepissero già altre misure di assicurazione sociale (ad esempio la Naspi) e non possedessero veicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi precedenti la domanda.

Il contributo veniva erogato al nucleo familiare per una durata massima di 18 mesi, rinnovabili per ulteriori 12 (trascorsi 6 mesi dall’ultima mensilità ricevuta). Si andava da un minimo di 187,50 euro per i single a un massimo di 539,82€ al mese per le famiglie numerose (6 o più componenti). Il contributo veniva versato in una apposita carta elettronica, alimentata direttamente dallo Stato, con un tetto massimo di prelievo peri a 240 euro al mese. Era previsto poi uno sconto del 5% nei negozi e nelle farmacie convenzionate.

Per poter presentare domanda, i nuclei familiari dovevano sottoscrivere un Progetto personalizzato che li impegnava a svolgere attività di formazione e servizi socialmente utili nel Comune di residenza. Era prevista infine la sottoscrizione del Programma di ricerca intensiva di occupazione presso un centro per l’impiego comunale.

…E come funziona il Reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è una forma di sostegno al reddito rivolta ai cittadini italiani, europei o lungo soggiornanti residenti in Italia da almeno 10 anni (gli ultimi due in modo continuativo).

Per poterlo ricevere sarà necessario avere un Isee non superiore a 9360 euro e un reddito annuale non superiore ai 6 mila euro annui per i single e ai 12 mila 600 euro per le famiglie; un patrimonio immobiliare, oltre alla prima casa, non superiore ai 30 mila euro; un patrimonio mobiliare non superiore ai 6000 euro (il tetto cresce per le famiglie più numerose).

Saranno esclusi dal reddito di cittadinanza quei soggetti che hanno immatricolato per la prima volta l’auto negli ultimi sei mesi e chi, nei due anni precedenti alla domanda, ha immatricolato un’auto di cilindrata superiore ai 1600cc o una moto superiore ai 250cc.

L’assegno verrà erogato per un massimo di 18 mesi, prorogabili per altri 18 dopo una pausa di un mese. L’assegno base varia in base alla dimensione del nucleo familiare. Si va dai 500 euro per un adulto single ai 1050 per una famiglia composta da tre adulti e due bambini. Ad esso si aggiunge poi il contributo per l’affitto per chi non possiede una casa di proprietà, che porta l’assegno base alla cifra di 780 euro per il single fino a un massimo di 1330 euro. Sono previste integrazioni per famiglie con disabili.

Il contributo verrà erogato mensilmente su una apposita carta elettronica, ricaricata automaticamente dallo Stato, con un tetto massimo di prelievo mensile pari a 100 euro.

Il soggetto beneficiario dovrà recarsi a un Centro per l’impiego per sottoscrivere il Patto per il lavoro, funzionale all’adesione al percorso personalizzato di inserimento lavorativo. Se il richiedente versa in condizioni di disagio sociale, sarà convocato dai servizi di contrasto alla povertà e dovrà sottoscrivere un Patto di inclusione sociale. In entrambi i casi, ai beneficiari si chiederà la partecipazione ad attività di pubblica utilità promosse dai Comuni.

Nel corso dei 18 mesi riceveranno tre offerte di lavoro. Per i primi sei mesi di fruizione, le offerte arriveranno da aziende collocate entro 100 km dalla residenza; oltre il sesto mese l’area geografica si allargherà a 250 km. Infine, il beneficiario potrà essere chiamato in tutto il territorio italiano (a meno che in famiglia siano presenti minori e/o disabili) e, per fronteggiare le spese necessarie allo spostamento, continuerà a percepire il sussidio nei successivi tre mesi dall’inizio del lavoro.

Le imprese che assumeranno a tempo pieno e indeterminato un soggetto beneficiario, senza licenziarlo senza giusta causa per almeno due anni, riceveranno un beneficio pari all’importo del contributo rimanente (per un minimo di cinque mesi). Prevista una mensilità extra per l’assunzione di disoccupati da lungo tempo o di donne.

Alle aziende verrà corrisposto un contributo pari a metà dell’importo nel caso in cui il beneficiario usufruisca di un corso di formazione per l’impiego o dell’ausilio delle agenzie del lavoro. Per i soggetti beneficiari che avvieranno un’attività lavorativa autonoma o un’impresa, infine, è previsto un sostegno aggiuntivo per un massimo di sei mesi.

Le principali differenze

Come si capisce, la differenza principale tra i due sistemi riguarda il meccanismo di inserimento nel mondo del lavoro. Con il Rei veniva dato un sussidio e veniva chiesto al soggetto beneficiario di svolgere attività di formazione o lavori socialmente utili. Era prevista la sottoscrizione del Programma di ricerca intensiva di occupazione affidato al Centro per l’impiego.

Il reddito di cittadinanza precisa meglio questo elemento. La fruizione del contributo è subordinata all’accettazione di una (su tre) offerta di lavoro che il beneficiario riceverà entro i 18 mesi. A oggi non è però chiaro come questo incontro avverrà, tanto più che è facile prevedere ritardi e difficoltà nella riforma dei Cpi e nella formazione dei Navigator.

La seconda differenza sostanziale riguarda l’entità del contributo, molto più consistente nel caso del reddito di cittadinanza. È vero che nel programma del Pd era previsto un aumento dei fondi destinati al Rei; ma visto il risultato elettorale non sapremo mai come sarebbe cambiato.

La terza differenza, infine, riguarda l’estensione del contributo alle imprese. Questo elemento, totalmente assente nel Rei, apre però numerosi interrogativi sulla reale opportunità di prevedere il trasferimento del contributo rimanente nelle casse dell’azienda.

In conclusione

Per concludere, quello del Movimento 5 Stelle non è un reale reddito di cittadinanza. La misura è stata pesantemente sgonfiata nelle cifre e nella platea dei beneficiari così come delineati in campagna elettorale e nel contratto di governo. I criteri di funzionamento sono stati definiti in modo più puntuale e stringente rispetto a quanto annunciato in precedenza.

Siamo convinti che si tratti di un’importante misura di sostegno al reddito per tutti quei soggetti che devono essere reinseriti nel mondo del lavoro, che recupera e perfeziona l’esperienza già avviata dal Rei. Ma diversi osservatori sono scettici sul reale impatto che questa produrrà sui consumi e sull’economia. Secondo l’Alleanza contro la povertà, ad esempio, «lo strumento rischia di rivelarsi la strada sbagliata per rispondere alle esigenze dei poveri».

Per tutti questi motivi, e pur riconoscendone l’importante valore per milioni di italiani in povertà assoluta, ci sembra corretto considerare non rispettata la promessa fatta dal Movimento 5 Stelle.

PROMESSA NON RISPETTATA (leggi QUI)

Leggi tutte le promesse di Luigi Di Maio

Daniele

Daniele

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