Tutte le imprecisioni scritte dal ministro Toninelli sulla Sea Watch 3

Il ministro Toninelli ha pubblicato un post sul blog delle Stelle in cui lascia intendere che la Sea Watch 3 sia uno yacht di lusso non abilitato al recupero dei migranti in mare. Peccato che le cose non stiano così.

sea watch

Foto: Il Fatto Quotidiano

Lo scorso venerdì, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli ha scritto un post sul Blog delle Stelle riguardante la Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca dalla quale sono sbarcati 47 migranti provenienti dalla Libia. Il post intende legittimare l’operato del governo, che per giorni ha impedito l’attracco dell’imbarcazione ferma nei pressi di Siracusa. Con tono accusatorio, il ministro accusa l’equipaggio della Sea Watch di aver messo irresponsabilmente a repentaglio la salute e la vita dei naufraghi, violando così la legge del mare.

Purtroppo, pur nella sua brevità, il post scritto da Toninelli contiene numerose imprecisioni. Imprecisioni che, a nostro avviso, non fanno certo onore a un esponente del governo che, ancora una volta, sceglie di fare propaganda sulla pelle di altri esseri umani.

Il ministro scrive:

Stiamo parlando di una imbarcazione registrata come “pleasure yacht”, che non è in regola per compiere azioni di recupero dei migranti in mare. E mi pare ovvio, visto che è sostanzialmente uno yacht.

Toninelli – o, meglio, il suo spin doctor – gioca volontariamente sul significato ambiguo della parola “yacht”, che in italiano ha assunto un senso diverso rispetto a quello originale. La parola indica infatti una qualunque imbarcazione a uso non commerciale – ciò che in Italia chiamiamo “nave da diporto” – e non una imbarcazione di lusso, come Toninelli intende suggerire. Giocare consapevolmente sull’ambiguità semantica di un termine, pur di portare acqua al proprio mulino, è francamente imbarazzante. Così come la successiva affermazione fatta dal ministro:

Se tu, milionario, compri uno yacht, vai in navigazione per piacere, non per sostituirti alla Guardia Costiera libica o di altri Paesi.

Crediamo sia evidente a tutti che la Sea Watch 3, una imbarcazione con oltre 45 anni di navigazione palesemente nata per fini commerciali, non possa essere considerata uno yacht di lusso.

Non è neanche corretto dire che la Sea Watch non sia in regola per svolgere azioni di recupero. L’imbarcazione è infatti definita come “Search&Rescue Vessel” nel database online di Vesselfinder.com. Del resto, è risaputo che qualunque imbarcazione ha il dovere di intervenire quando c’è una vita in pericolo in mare. L’obbligo deriva da almeno tre trattati internazionali sottoscritti dall’Italia:

  1. L’art. 98 della Convenzione di Montego Bay;
  2. La regola 33 del capitolo V della Convenzione Solas;
  3. Il capitolo 2.1.10 della Convenzione di Amburgo (Sar).

Nell’intervenire, dunque, la Sea Watch ha adempito a un preciso obbligo che si applica a tutte le imbarcazioni e non si è sostituita alle navi della Guardia Costiera libica, sulla cui correttezza vi sono forti dubbi (come si evince dall’inchiesta pubblicata oggi su L’Espresso).

In questo articolo de La Stampa è inoltre possibile visionare i documenti di registrazione ufficiali dell’imbarcazione.

Lo stesso Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania che da anni denuncia collusioni tra ong e scafisti (finora senza successo), ha dovuto ammettere che l’azione di salvataggio compiuta dalla Sea Watch fosse dovuta. «La situazione di “distress” del gommone giustificava il soccorso da parte di Sea Watch 3. Per due giorni nessuna motovedetta libica ha operato nell’Area Sar», si legge nella nota diramata questa mattina.

Infine, Toninelli scrive:

La nostra Guardia Costiera ha effettuato il fermo amministrativo della SeaWatch3 per violazioni delle norme in materia di sicurezza della navigazione e di tutela dell’ambiente marino.

Giorgia Linardi, portavoce dell’ong, ha però dichiarato che «al momento non è stato notificato alcun atto di fermo amministrativo, ma solo una relazione dell’ispezione con evidenziate alcune piccole irregolarità». In altre parole, la Guardia Costiera italiana sta effettuando il servizio di Port State Control, dunque ispezioni per verificare la documentazione e la regolarità delle dotazioni, che dovranno essere risolte con l’intervento delle autorità olandesi.

Siamo convinti che il governo, e l’Unione Europea tutta, debbano impegnarsi per contrastare gli scafisti e la tratta degli esseri umani. Ma non è certo con questo mix di disinformazione e colpevolizzazione delle ong che riusciranno a farlo.

Daniele

Daniele

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