Acqua pubblica: è scontro tra M5S e Lega. La legge sarà discussa a partire dal 25 marzo

La proposta depositata dal M5S sull’acqua pubblica prevede che la gestione e l’erogazione del servizio idrico possa essere svolta esclusivamente da enti di diritto pubblico. Contraria la Lega, per la quale «così com’è, la legge è invotabile».

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Sarà discussa a partire dal 25 marzo la legge sull’acqua pubblica presentata dalla pentastellata Federica Daga. Il provvedimento è ispirato alla legge di iniziativa popolare formulata nel 2007, per la quale vennero raccolte oltre 400 mila firme. La proposta non piace però alla Lega, con la quale da settimane è in corso una delicata negoziazione.

La proposta di riforma

La legge in questione fa riferimento alla necessità di «un governo pubblico e partecipativo del ciclo integrato dell’acqua». L’art. 9 prevede che «la gestione del servizio idrico integrato sia realizzata senza finalità lucrative» e che gestione ed erogazione non possano essere separate e debbano essere affidate esclusivamente a enti di diritto pubblico. Quest’ultimo è uno dei passaggi più delicati dell’intero provvedimento, sul quale si sta consumando lo scontro politico con la Lega (che vorrebbe lasciare la possibilità di scegliere tra società di capitali, società a capitale misto e soggetti in house).

L’art. 10 prevede poi che tutte le forme di gestione del servizio affidate a società a capitale misto siano trasformate entro un anno in «aziende speciali o in società a capitale interamente pubblico, partecipate dagli enti locali il cui territorio rientri nel bacino idrografico di riferimento». Quanto alle concessioni, la cui scadenza è al momento fissata al 31 dicembre 2020, il M5S spinge per fissare il tetto per la revoca a un minimo di 10 anni. La Lega, invece, vorrebbe prorogare fino a un minimo di 30 anni.

Le tensioni con la Lega

Per essere approvata, la legge dovrà superare il vaglio dei 240 emendamenti che rischiano di svuotarla di contenuto. Molti di questi sono stati presentati proprio dalla Lega, alleato di governo del Movimento 5 Stelle. Le preoccupazioni riguardano nello specifico gli effetti del cambio delle gestioni e le coperture economiche. Per la sottosegretaria all’Ambiente Vannia Gava, «così com’è, questo ddl è invotabile».

Il ministro dell’Ambiente Costa, interrogato sulle distanze con il Carroccio, ha però cercato di tranquillizzare gli animi. «Con la Lega non c’è scontro ma confronto», ha dichiarato. Perentorie le parole di Luigi Di Maio: «L’acqua pubblica è la prima stella del Movimento. Porteremo in Parlamento un vero provvedimento sull’acqua pubblico. Credo che su questo tema il Movimento 5 Stelle non sia disposto ad arretrare. Io non sono disposto a farlo».

La discussione sui costi

Contrari alla riforma formulata dal M5S sono gli ATO (Ambiti territoriali ottimali, formati dagli enti locali) e la maggior parte dei gestori. Per Utilitalia, associazione che riunisce quasi tutti gli operatori, i costi a carico dello Stato sarebbero quantificabili in 15 miliardi una tantum, ai quali devono essere aggiunti 6-7 miliardi di costi annuali per finanziare investimenti pubblici e consumo minimo vitale di acqua. Dello stesso parere anche il centro studi Ref Ricerche, che parla di 10,6 miliardi per il rimborso dei finanziamenti accesi dai gestori e di 4-5 miliardi per l’indennizzo in favore dei gestori estromessi. Costi che, precisano, si ripercuoteranno sulla fiscalità generale con un aumento delle tasse.

Per Paolo Carsetti, referente del Forum dell’Acqua e sostenitore della riforma, le cifre pubblicate da Utilitalia e Ref Ricerche sarebbero inattendibili. L’unico costo una tantum sarebbe quello relativo alla riacquisizione delle quote societarie oggi detenute da soggetti privati, «che può essere stimato in circa 2 miliardi: un esborso aggredibile soprattutto nel caso di intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Che, per dare un’idea, ha distribuito dividendi nel 2018 per circa 1,34 miliardi».

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Daniele

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