Il Parlamento UE approva la direttiva sul copyright. Voto contrario di M5S e Lega

La tanto discussa direttiva sul copyright, contenente norme come la link tax e l’upload filter, è stata approvata dal Parlamento europeo. Contrario il governo italiano, con Di Maio che si dice pronto a non recepire la normativa.

direttiva sul copyright

Foto: TPI

Con 348 sì, 274 no e 36 astenuti, martedì 26 marzo il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la controversa direttiva sul copyright. A questo punto il testo dovrà essere approvato dal Consiglio europeo. La palla passa passerà quindi ai singoli Stati, che avranno due anni di tempo per recepire e applicare le nuove norme in materia di diritto d’autore.

La direttiva in questione (0593/16) si propone di aggiornare la regolamentazione in materia di copyright, risalente al 2001 e non più adeguata agli sviluppi del web. Obiettivo dichiarato è garantire «un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi» in un contesto, quello di internet, caratterizzato dall’esistenza di grandi player (Google, Facebook, YouTube) che spesso fatturano grazie ai contenuti prodotti da terzi. Nelle intenzioni dei proponenti, tali piattaforme dovranno stipulare delle licenze con i legittimi proprietari dei diritti e applicare un filtro sul caricamento dei contenuti. Per una panoramica sulle principali criticità della normativa, rimandiamo all’intervista a Giovanni Ziccardi, professore associato di informatica giuridica, realizzata da Agi.

L’articolo 11: la cosiddetta link tax

L’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata in particolare su due punti: l’articolo 11 (link tax) e l’articolo 13 (upload filter). L’articolo 11 (poi diventato art. 15) prevede che «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione».

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In altre parole, gli autori di contenuti di natura giornalistica dovranno ricevere un compenso se tali contenuti vengono utilizzati da soggetti terzi. È il caso degli aggregatori di notizie, come Google News, che raggruppano e organizzano al loro interno i link agli articoli delle principali testate giornalistiche online. Per farlo si ricorrerà probabilmente alla contrattazione bilaterale tra i soggetti direttamente interessati. La ratio dietro la norma risiede nel fatto che sempre più lettori si limitano a leggere il titolo e l’abstract di un articolo, senza poi cliccare su di esso per approfondire, con conseguente riduzione degli introiti legati alle visite al sito web e alla vendita di spazi pubblicitari.

L’articolo 13: il cosiddetto upload filter

Quanto all’articolo 13 (ora art. 17), esso prevede che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online (ovvero le piattaforme online, ndr) deve pertanto ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti» per poter utilizzare tali contenuti. Questo significa che tali piattaforme dovranno dotarsi di un meccanismo automatico di verifica dei contenuti (Content ID) che ne accerti l’autorialità. Qualora un contenuto protetto da copyright venisse caricato senza licenza, le piattaforme sarebbero considerate responsabili della violazione e dovranno adoperarsi per rimuoverli o per disabilitare l’accesso agli utenti responsabili dell’upload. A essere interessate saranno esclusivamente le società con fatturato superiore ai 10 milioni di euro o con meno di tre anni di attività. L’obbligo non riguarderà poi piattaforme di diffusione della conoscenza, come Wikipedia, e le piattaforme che non hanno scopi commerciali.

Di Maio: «Tuteliamo la libertà della rete»

Tra i partiti italiani, Forza Italia e Partito Democratico (con qualche defezione) hanno votato a favore della direttiva. Contrari invece Movimento 5 Stelle e Lega. Proprio Luigi Di Maio, lo scorso giugno, aveva dichiarato guerra alla link tax, assicurando che non sarebbe mai stata ratificata dal governo italiano. «Come governo ci opporremo – aveva dichiarato all’Internet Day -. Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva al Parlamento europeo e qualora dovesse passare così com’è dovremo fare una seria riflessione a livello nazionale sulla possibilità o meno di recepirla». Internet, aveva concluso, «dev’essere mantenuta libera, indipendente, al servizio dei cittadini. Nessuno può permettersi di fare azioni di censura preventiva, nemmeno se quel qualcuno si chiama Commissione europea». Si tratta ora di verificare se effettivamente l’Italia rifiuterà di ratificare la direttiva o meno.

Daniele

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