Tutela del made in Italy: stop alla norma sull’uso dello «Stellone» repubblicano

L’emendamento pentastellato prevedeva la possibilità di usare l’emblema della Repubblica per indicare i prodotti made in Italy. A influenzare la scelta sarebbero state le perplessità del Quirinale.

made in Italy

AGGIORNAMENTO DEL 22/06/2019

L’emendamento al decreto Crescita che prevedeva l’utilizzo dello stellone della Repubblica per contraddistinguere i prodotti made in Italy è stato stralciato dal testo approvato alla Camera. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, a influire sulla scelta sarebbero state le perplessità in merito del Quirinale.

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Sarà contenuta all’interno del decreto Crescita la norma a difesa del made in Italy. La legge era stata annunciata dal ministro Di Maio a novembre per impedire la chiusura dello stabilimento Pernigotti di Novi Ligure (le cui attività sono state terminate a febbraio 2019) ed è stata poi presentata dalla Lega a marzo. La questione è stata poi ripresa da un emendamento presentato del Movimento 5 Stelle e inserito all’interno del decreto Crescita ed è stata affiancata da altre due proposte: l’utilizzo dello «Stellone» repubblicano per contrassegnare i prodotti made in Italy e la stabilizzazione del Piano per il made in Italy.

Quanto al primo aspetto, l’emendamento prevede l’istituzione di un marchio collettivo «100% Made in Italy». Questo permetterebbe di identificare merci e prodotti interamente realizzati nel territorio nazionale, che utilizzino materie prime di origine italiana e le cui attività di produzione e lavorazione siano state svolte in Italia. La proprietà del marchio andrebbe a un apposito Consorzio, mentre il Mise si occuperebbe di definire un sistema di tracciabilità ed etichettatura dei prodotti tramite tecnologia blockchain.

Il secondo emendamento prevede la possibilità di usare lo «Stellone», emblema della Repubblica, per contraddistinguere i prodotti made in Italy e tutelarne la proprietà intellettuale e commerciale. L’utilizzo di un simbolo di Stato – che ha destato qualche perplessità al Quirinale – avrà carattere puramente facoltativo e sarà subordinato al pagamento di una somma di denaro.

Leggi anche: Made in Italy, la legge sui marchi storici sarà contenuta nel decreto Crescita

Per una regolamentazione dettagliata si dovrà attendere un provvedimento ad hoc del ministero dello Sviluppo economico, che determinerà i criteri per l’acquisizione delle autorizzazioni, le regole da rispettare per l’utilizzo del contrassegno e i settori e le tipologie di prodotti per i quali è possibile richiederne l’utilizzo. I trasgressori e chi utilizza l’emblema con modalità ingannevoli potranno essere puniti con sanzioni che vanno da 100 mila a 250 mila euro.

Il terzo emendamento, infine, propone di rivedere la scansione temporale del Piano strategico per la promozione del made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia. Come modificato, il Piano avrebbe valenza triennale e sarebbe aggiornato ogni anno. Diventerebbe dunque uno strumento stabile e continuativo, non più di carattere straordinario come previsto dal decreto Sblocca Italia del 2014.

Lo stesso emendamento prevede inoltre l’estensione dell’operatività del Fondo di venture capital a tutti i Paesi extra UE (si pensi ad esempio al mercato USA) e a quelli appartenenti allo Spazio economico europeo. Non solo: il Fondo potrà acquisire quote di partecipazione al capitale di società estere e alla sottoscrizione di strumenti finanziari e/o partecipativi. Le partecipazioni che sarà possibile acquisire mediante il Fondo passerebbero dall’attuale 40% al 49% e verrebbe meno il tetto massimo di un miliardo per ciascun intervento.

Redazione La Clessidra

Redazione La Clessidra

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