Un anno di decreto dignità: meno lavoro a tempo determinato, più lavoro occasionale

A un anno dall’approvazione del decreto dignità, lo scenario del mercato del lavoro è tutt’altro che roseo. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato (+11.298 unità) non compensa il calo dei contratti a tempo determinato (-50 mila) e in somministrazione (-39 mila). Aumentano il lavoro stagionale, intermittente e le prestazioni occasionali.

decreto dignità

A quasi un anno dalla sua approvazione, sono arrivati i dati sui risultati ottenuti dal decreto dignità. Secondo Assolavoro, da luglio a dicembre 2018 le persone assunte con un contratto in somministrazione (ovvero con la mediazione di un’agenzia per il lavoro) sono calate dell’8,5%. In valore assoluto, significa che sono stati stipulati 39 mila contratti in meno. Allo stesso tempo, sono stati stipulati meno contratti a tempo determinato, con un calo di 50.338 unità.

L’aumento dei contratti a tempo indeterminato (+11.298 unità) compensa solo in parte la perdita dei posti di lavoro, il cui saldo rimane in definitiva negativo. Contrariamente alle speranze del ministro Di Maio, nello stesso periodo di tempo si è registrata l’impennata delle assunzioni per lavoro stagionale (+10.800 unità), intermittente (+15.535 unità) e occasionale (+51.854 unità). Tutte formule che offrono meno tutele e garanzie al lavoratore. È quindi legittimo pensare che almeno una parte dei lavoratori precedentemente assunti con contratti in somministrazione, o a tempo determinato, si trovi oggi con una condizione contrattuale peggiorata rispetto al periodo precedente l’entrata in vigore del decreto dignità.

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Nella giornata di ieri, inoltre, l’Istat ha fornito i dati sulle condizioni economiche delle famiglie italiane. Lo scenario dipinto non è troppo diverso da quello degli anni precedenti: nel 2018, oltre 1,8 milioni di famiglie (pari a 5 milioni di individui) versavano in condizioni di povertà assoluta. Buona parte di queste si trovano al Sud e nelle isole. Le famiglie in condizione di povertà relativa erano invece poco più di 3 milioni, per un totale di quasi 9 milioni di individui. Anche in questo caso sono il Sud e le isole a pagare il prezzo maggiore, sebbene il trend mostri una diminuzione dell’incidenza al Mezzogiorno (e, al contrario, una crescita al Nord).

In attesa di verificare se e come l’introduzione del reddito di cittadinanza abbia influenzato tale scenario – ricordiamo che i rappresentanti del M5S sostenevano di aver «Abolito la povertà» con la legge di bilancio 2019 – non possiamo non constatare che, a un anno dall’entrata in carica del governo gialloverde, per le famiglie italiane la situazione economica non sembra essere cambiata sostanzialmente.

Redazione La Clessidra

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