Ponte Morandi: la relazione sconsiglia la revoca della concessione ad Aspi

Pur riconoscendo «gravi inadempimenti» da parte di Aspi, la relazione suggerisce al governo di limitarsi a rinegoziare le condizioni della concessione anziché procedere alla revoca. In questo caso, si legge, Atlantia «potrebbe ottenere sia il valore totale della concessione che un importo ulteriore per danno di immagine».

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Foto: Alessandro Di Marco, Ansa

La sera di lunedì primo luglio il Mit ha pubblicato sul proprio sito la relazione finale della commissione interministeriale voluta dal M5S al fine di accertare eventuali responsabilità di Aspi nel crollo del ponte Morandi. La relazione sconfessa in parte la posizione pentastellata in merito, lasciando intendere che la revoca della concessione potrebbe essere una scelta azzardata.

Pur rilevando «gravi inadempimenti» da parte della società ed evidenziando mancanze nei controlli e nella manutenzione, il pool di esperti è arrivato alla conclusione che sarebbe preferibile rinegoziare interamente le condizioni tra Stato e Aspi, senza però revocare la concessione (in vigore fino al 2042). In caso di contenzioso, infatti, Atlantia «potrebbe ottenere sia il valore totale della concessione che un importo ulteriore per danno di immagine».

Ma il M5S fa quadrato sulla propria posizione e non sembra intenzionato a retrocedere. Per Danilo Toninelli dalla relazione «Si evince un grave inadempimento da parte del concessionario per quanto riguarda la manutenzione», tale da giustificare la perdita di fiducia da parte dello Stato. Linea condivisa anche da Luigi Di Maio che, in un lungo post nel quale si scaglia contro il «sistema Benetton», definisce un «dovere morale» lo stop alle concessioni.

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Qualora la revoca dovesse essere confermata, dunque, resterebbe da sciogliere il nodo dei risarcimenti. Il contratto con Aspi scadrebbe infatti nel 2042, e un’interruzione anticipata potrebbe costringere lo Stato a pagare tra i 22 e i 25 miliardi di euro di penale. Stando alla relazione, tuttavia, il problema non sussisterebbe. Nella nota si precisa infatti che «sono nulle (o comunque non applicabili al caso) alcune clausole della convenzione che prevedono risarcimenti per risoluzione anticipata». Sulla questione dovrà comunque esprimersi la magistratura.

Anche Di Maio sembra non avere dubbi. «La Convenzione parla chiaro – ha scritto su Facebook – all’articolo 9 bis prevede che il diritto a indennizzo/risarcimento del concessionario sussiste nel rispetto del principio dell’affidamento. Di fronte a gravi inadempienze come il Ponte di Genova, dove persero la vita 43 persone innocenti, è evidente che questo principio viene a mancare. Noi ci stiamo muovendo nel rispetto del contratto di concessione e nel solco dei contratti in essere. Perché chi investe in Italia deve sapere che è il benvenuto, che supportiamo il business, lo rispettiamo, ma nel massimo rispetto degli interessi nazionali. Andiamo avanti come un treno».

Immediata la replica di società Autostrade, per la quale la «nullità delle clausole deve essere accertata giudizialmente» e non da «un gruppo di lavoro del ministero».

La partita, insomma, è ancora tutta da giocare. Se il leader del Movimento 5 Stelle punta a ottenere la revoca della concessione entro il 14 agosto (anniversario del crollo del ponte Morandi), l’intrecciarsi della vicenda con il salvataggio di Alitalia potrebbe complicare le cose. A oggi, infatti, Atlantia sembrerebbe il partner privato più quotato per completare la newco che vede coinvolti Mef, Fs e Delta Airlines. È evidente che il deteriorarsi dei rapporti tra governo e Aspi avrebbe ripercussioni immediate.

 

Daniele

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