Autonomie regionali, intesa più vicina: saltata la norma sull’assunzione degli insegnanti su base regionale

Il M5S avrebbe ottenuto il superamento della norma che prevedeva l’assunzione degli insegnanti su base regionale. Critici i governatori Zaia e Fontana: «Ci sentiamo traditi e insoddisfatti».

autonomie regionali

Foto: TPI

AGGIORNAMENTO DEL 20/07/2019

L’intesa tra M5S e Lega sul ddl autonomie si fa più vicina. Come riporta Il Sole 24 Ore, i pentastellati avrebbero ottenuto ieri il superamento dell’articolo che prevedeva il passaggio alle Regioni della gestione del sistema scolastico e, in particolare, l’assunzione diretta dei docenti su base regionale. Al contrario, secondo la bozza varata ieri le Regioni – d’intesa con il Miur – avranno la competenza di aumentare il periodo minimo di permanenza degli insegnanti nella prima sede di servizio, anche in deroga alla normativa nazionale.

Soddisfazione è stata espressa dal sottosegretario all’Istruzione Salvatore Giuliano (M5S): «Abbiamo garantito che l’istruzione rimanga di competenza nazionale per garantire pari opportunità a tutti i cittadini e a tutti gli operatori della scuola», ha commentato. «Tutto il personale rimane di competenza nazionale, fatte salve le quote dell’autonomia scolastica che conosciamo ormai da vent’anni. Quindi nessuna differenza all’interno delle istituzioni scolastiche». Positivo anche il giudizio dei sindacati: «La nostra battaglia contro ogni ipotesi di regionalizzazione ha avuto, nel pomeriggio, un primo riscontro positivo», è stato il commento di Pino Turi (Uil Scuola).

Di diverso parere i presidenti di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana. «Ci sentiamo presi in giro da Conte, non da Salvini», ha commentato il primo. «Mi ritengo assolutamente insoddisfatto dall’esito del vertice di oggi», ha aggiunto il secondo. «Abbiamo perso un anno in chiacchiere. Aspettiamo di vedere il testo definitivo. Ma se le premesse sono queste, da parte mia non ci sarà alcuna disponibilità a sottoscrivere l’intesa».

AGGIORNAMENTO DEL 13/07/2019

Nuovo stop per il ddl sulle autonomie regionali. Secondo le ricostruzioni de Il Sole 24 Ore, M5S e Lega non sarebbero riusciti a superare le divergenze sul cosiddetto regionalismo differenziato. Nello specifico, il pomo della discordia sarebbe da ricercarsi negli effetti che la riforma avrebbe sul sistema scolastico la cui area di competenza, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe passare alle Regioni. Una posizione inaccettabile per il partito guidato da Luigi Di Maio, per il quale la materia deve rimanere di competenza statale.

Più in generale, le divergenze tra i due partiti di governo hanno carattere culturale e riguardano la concezione stessa del Paese – centralista quella del M5S, federalista quella della Lega. Per il premier Conte trovare la mediazione sarà un’impresa tutt’altro che semplice.

ARTICOLO ORIGINALE

E’ durato oltre tre ore il consiglio dei Ministri di ieri durante il quale si è discusso delle autonomie regionali. All’incontro hanno partecipato i ministri direttamente interessati, il premier Conte e i vicepremier Di Maio e Salvini. «Si fanno dei passi avanti, ma c’è ancora molto da fare», è stato il commento del leader pentastellato. Per il leader della Lega il vertice «è andato bene», mentre per la ministra per gli Affari regionali Erika Stefani (Lega) «Abbiamo trovato dei punti di incontro, ci sono stati passi avanti in materia di salute, ambiente e anche lavoro. Andiamo avanti a oltranza finché non si chiude».

A incidere sul rallentamento dei lavori le resistenze del Movimento 5 Stelle sulla diversa ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. In materia di istruzione, ad esempio, i pentastellati avrebbero posto il veto sull’art. 12 della riforma, che prevede l’assunzione diretta dei docenti nelle singole regioni. Il rischio, hanno precisato, è che così facendo si istituiscano suole di serie A e di serie B, con conseguenze rilevanti per l’acuirsi del divario interregionale.

Leggi anche: Tensioni nel governo sull’autonomia differenziata alle regioni: è stallo in Cdm

A ogni modo, dal governo si mostrano fiduciosi. Fonti interne al M5S, raggiunte da Il Sole 24 Ore, sostengono infatti che l’accordo partirebbe «Da una proposta più equilibrata, livellata in base a due principi cardine. Il primo è l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, ovvero i Lep: livelli di servizi che devono essere garantiti a ogni italiano indipendentemente da dove vive. Il secondo – hanno aggiunto – riguarda il Fondo di perequazione: una volta trasferita una quota di gettito alla Regione – hanno concluso -, se la situazione economica dello Stato dovesse cambiare è necessario che parte del maggiore gettito venga indirizzata alle altre Regioni, proprio per garantire medesimi servizi a ogni italiano».

Ricordiamo che per autonomia differenziata si intende il passaggio di alcune funzioni dallo Stato alle Regioni, finanziato tramite la cessione di una quota dell’Irpef e di altri contributi generati sul territorio. Sulla questione è intervenuta la ministra per gli Affari regionali Erika Stefani (Lega). «Non vi saranno penalizzazioni a carico di nessuna Regione», ha rassicurato. Alla base della ridefinizione delle competenze c’è una clausola di invarianza, «un meccanismo in base al quale le competenze attribuite alle Regioni vengono gestite con risorse pari al costo storico. 100 metteva lo Stato, 100 metterà la Regione». Si arriverà poi alla definizione di «fabbisogni standard» che garantiranno «più efficienza nella spesa ma non lasciano a piedi nessuno».

Redazione La Clessidra

Redazione La Clessidra

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