Bonus 80 euro addio: al suo posto il governo punta a introdurre detrazioni fiscali

Secondo il viceministro all’Economia Garavaglia, il bonus 80 euro sarebbe sostituito da detrazioni fiscali in modo da mantenere «lo stesso effetto in busta paga, migliorando però i conti pubblici».

bonus 80 euro

L’esecutivo si appresta a dare l’addio al bonus 80 euro introdotto nel 2014 dal governo Renzi. Al suo posto dovrebbero essere previste detrazioni fiscali per lavoratori dipendenti e pensionati, sebbene al momento non vi siano certezze sulla soluzione da adottare.

L’ipotesi era stata avanzata alcuni mesi fa dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, secondo il quale si tratta di una misura «tecnicamente sbagliata» che deve essere riassorbita «nell’ambito della riforma fiscale». Le alternative sono due: utilizzare quelle risorse – circa 10 miliardi di euro – per finanziare la flat tax al 15% per i redditi familiari sotto i 50 mila euro lordi annui; oppure utilizzarle per la rimodulazione delle aliquote Irpef, in particolare portando dal 23% al 20% quella per i redditi inferiori ai 15 mila euro annui. Per il ministro «tecnicamente non si tratterebbe di un taglio, perché i soldi verrebbero redistribuiti in gran parte alle stesse persone che oggi incassano gli 80 euro».

Una posizione, questa, sostenuta dal viceministro all’Economia Massimo Garavaglia (Lega). Il bonus Renzi «ha tre difetti: vale come spesa, e peggiora il bilancio dello Stato. Non è una riduzione delle imposte, e sempre peggiora il bilancio dello Stato. E non vale dal punto di vista dell’accumulo contributivo per la pensione». Da qui la decisione di eliminarlo per riconvertirlo sotto forma di detrazioni fiscali. Alla fine, secondo l’esponente leghista, «il bonus cambierà, ma resterà lo stesso effetto in busta paga». Con il vantaggio di migliorare i conti pubblici. Per avere anche gli effetti pensionistici, serviranno altri 3 miliardi di euro circa – da qui l’ipotesi di un piano di riduzione delle tasse per un valore di circa 10-15 miliardi.

Leggi anche: Bonus 80 euro: Conte, Di Maio e Salvini assicurano che non sarà toccato

Il bonus 80 euro è stato introdotto dal decreto Irpef del 2014. Nella sua prima versione prevedeva che i lavoratori con un reddito tra gli 8 e i 24 mila euro l’anno si vedessero aggiunti 80 euro al mese in busta paga, per un importo complessivo di 960 euro annui. L’importo percepito si riduceva al crescere del reddito fino a un massimo di 26 mila euro. Erano esclusi invece gli incipienti. La misura è poi diventata strutturale con la legge di stabilità del 2015 ed è stata infine modificata dal governo Gentiloni, che ha aumentato il tetto del reddito fino a un massimo di 26.600 euro.

Esattamente un anno fa, il governo si era detto contrario all’ipotesi di eliminare il bonus. «Il governo non pensa di togliere gli 80 euro e non vuole aumentare l’Iva», aveva assicurato ad agosto 2018 il presidente del Consiglio Conte. Seguito a breve distanza da Matteo Salvini, per il quale «Il governo non pensa di togliere gli 80 euro e non vuole aumentare l’Iva», e da Luigi Di Maio, secondo cui «questo governo è compatto nella volontà di non mettere le mani nelle tasche degli italiani».

La prospettiva delineatasi negli ultimi giorni rimette in discussione la posizione dei vertici dell’esecutivo. Ammesso che si riesca a effettuare una rimodulazione a somma zero, in cui l’ammontare del contributo e quello della detrazione si equivalgono per tutti gli aventi diritto (come lascerebbero pensare le dichiarazioni di Garavaglia), è pur sempre vero che gli elettori potrebbero sentirsi privati di una forma di sostegno al reddito che, soprattutto per i redditi più bassi, ha avuto (e ha tuttora) un suo impatto significativo.

Daniele

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