Ilva: ArcelorMittal conferma la chiusura entro il 15 gennaio

ArcelorMittal ha reso noto che procederà alla chiusura degli altiforni 1, 2 e 4 entro il 15 gennaio. Previsto oggi un nuovo vertice al Mise.

arcelormittal

AGGIORNAMENTO DEL 15/11/2019

ArcelorMittal ha confermato la volontà di ritirarsi da Taranto entro gennaio 2020. Nella serata di ieri è stato reso noto il cronoprogramma dell’exit strategy. Come anticipato, l’altoforno 2 sarà chiuso il 13 dicembre. A seguire saranno spenti l’altoforno 4 (30 dicembre) e l’altoforno 1 (15 gennaio). Tra il 26 e i 28 novembre, invece, sarà interrotto il treno nastri per mancanza di ordini. In questo modo l’azienda smentisce la ricostruzione del governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, secondo cui le attività sarebbero proseguite fino a maggio 2020.

Di situazione drammatica ha parlato Marco Bentivogli (Fim CIsl), che ha invitato la politica ad affrontare la questione «senza tatticismi». Per Rocco Palombella (Uil) la vicenda delle ultime settimane è la cronaca di una «morte annunciata», frutto del «fallimento di una classe politica che non è stata in grado di tutelare la salute dei cittadini di Taranto, un settore industriale fondamentale per l’economia italiana e salvaguardare oltre 20 mila posti di lavoro». «Non voglio perdere neanche un posto di lavoro – ha commentato Maurizio Landini (Cgil) -. Lì si deve continuare a produrre acciaio, garantendo la salute di cittadini e lavoratori».

Nella giornata di oggi si svolgerà un nuovo incontro al Mise tra azienda e sindacati. Tra le altre cose, si parlerà anche del rispetto degli impegni contrattuali da parte dell’azienda e del pagamento delle spettanze previste. Resta comunque difficile pensare che l’esecutivo riesca a convincere l’azienda al passo indietro e a incidere sul corso degli eventi.

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A una settimana dallo scoppio del caso ArcelorMittal, la soluzione sembra farsi sempre più lontana. A nulla è valsa l’offerta fatta lo scorso 6 novembre dal premier Conte, che prevede un nuovo scudo penale per tutti i casi in cui si renda necessario un massiccio risanamento ambientale. Ieri l’azienda franco-indiana ha dato seguito all’exit strategy anticipata nel comunicato del 4 novembre. I legali hanno infatti depositato presso il Tribunale di Milano l’atto di citazione per il recesso dal contratto. Contemporaneamente, ai lavoratori dello stabilimento Ilva di Taranto è stato consegnato il cronoprogramma per lo spegnimento dell’altoforno 2, che dovrebbe arrestarsi definitivamente il 13 dicembre.

Immediata la reazione dei sindacati. «Non ci hanno informato di nulla – ha commentato Gianni Venturi (Fiom-Cgil) -. Il cronoprogramma è stato illustrato solo agli operai che lavorano su quell’impianto. Per questo Rsu e delegazioni territoriali hanno chiesto un incontro urgente sugli assetti impiantistici». Dal governo si è levata la voce del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: «Vogliamo il ripristino degli approvvigionamenti – ha dichiarato nel suo intervento al Senato -. L’Ilva deve continuare a produrre e il governo è impegnato collegialmente per questo obiettivo. Gli obiettivi di bonifica – ha concluso – sono tanto più realizzabili quanto più va avanti il piano industriale: sono strettamente legati».

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Ma proprio da parte del governo manca una presa posizione ufficiale sulla delicata questione. La proposta di introdurre un nuovo scudo penale, avanzata dal premier Conte, è infatti stata respinta da una parte consistente del Movimento 5 Stelle. Già la scorsa settimana 17 Senatori pentastellati, guidati dall’ex ministra Barbara Lezzi, hanno presentato un emendamento al decreto Salva Imprese per bloccare la misura.

Sulla questione è intervenuto anche il capo politico del Movimento Luigi Di Maio. «Piacerebbe a tanti imprenditori avere una norma come questa, ma se provochi un disastro ambientale devi pagare», ha commentato durante il suo intervento al programma Fuori dal coro. In una nota, il ministro degli Esteri ha poi aggiunto: «Sono certo che tutto il governo, con unità e compattezza, saprà lavorare da squadra per trovare una soluzione concreta per l’Ilva. Una cosa è certa, nessuno può permettersi di ricattare delle persone su una scelta: vivere o lavorare. Non possiamo rimanere in ostaggio di un’azienda, Mittal deve rispettare gli impegni presi. E vi garantisco che lo Stato si farà rispettare».

Il vertice svoltosi ieri tra il presidente del Consiglio e una delegazione di parlamentari eletti nella Regione Puglia non ha dato esito positivo. Secondo Adnkronos si sarebbe registrato un vero e proprio scontro tra Conte e Lezzi. I capigruppo pentastellati Francesco Silvestri e Gianluca Perilli hanno però smentito e parlato di una «dialettica costruttiva». Ad ogni modo, la tensione all’interno della maggioranza cresce di ora in ora. Le alternative al momento sembrano due: nazionalizzare Ilva e ritornare ai commissari (ipotesi che non piace al M5S) oppure tentare di ottenere i voti del centro-destra per approvare lo scudo penale, con tutte le ricadute che questo comporterebbe sulla tenuta dell’esecutivo.

Daniele

Daniele

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